Quali sono le tecnologie più avanzate per gli impianti dentali in Italia? 

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Per molti anni sentirsi dire “hai poco osso” poteva significare: “o facciamo una dentiera, oppure devo mandarti in ospedale a ricostruire l’osso, magari prelevandolo dall’anca”. 

Il motivo era concreto. Per inserire gli impianti serviva una quantità di osso adeguata e, quando ne mancava molta, ricostruire il mascellare poteva richiedere interventi chirurgici complessi. Nei casi di atrofia più grave si poteva arrivare al ricovero ospedaliero, all’anestesia generale e al prelievo di osso dalla cresta iliaca, cioè dalla zona dell’anca. 

Oggi la rigenerazione ossea continua a essere utilizzata e in determinati pazienti rimane la soluzione indicata. Ma non è più l’unica possibilità da prendere in considerazione quando l’osso del mascellare è molto ridotto. 

È cambiato soprattutto l’approccio al problema. In alcuni casi, invece di ricostruire l’osso dove manca, è possibile cercare l’ancoraggio degli impianti dove l’osso è ancora disponibile. Da questo principio derivano tecniche che utilizzano zone anatomiche diverse da quelle dell’implantologia convenzionale. 

È il caso degli impianti zigomatici, che sfruttano l’osso dello zigomo, degli impianti pterigoidei, posizionati posteriormente nel mascellare, e di approcci che in situazioni specifiche possono utilizzare le regioni nasali e paranasali. 

Nel frattempo sono cambiati anche gli strumenti con cui l’intervento viene studiato. TAC tridimensionale e pianificazione digitale permettono di analizzare l’anatomia e programmare la posizione degli impianti prima della chirurgia. 

Avere più possibilità non significa però che oggi chiunque abbia poco osso possa evitare una ricostruzione. La scelta dipende dall’anatomia del paziente e dal tipo di riabilitazione necessaria. Le tecniche che utilizzano ancoraggi alternativi interessano anche aree anatomiche più complesse e richiedono una preparazione specifica nella chirurgia implantare. 

Quando parliamo di implantologia avanzata, quindi, non stiamo parlando soltanto di una TAC più moderna o di un nuovo software. Il cambiamento riguarda anche le tecniche chirurgiche con cui oggi è possibile affrontare alcuni casi che in passato avevano possibilità terapeutiche molto più limitate.

Chirurghi odontoiatrici durante un intervento di implantologia avanzata in ambiente sterile.
Clinica Salzano Tirone a Cuneo: intervento di implantologia dentale eseguito con tecniche innovative per pazienti con poco osso, in ambiente chirurgico sterile e specializzato.

Impianti dentali con poco osso: cosa è cambiato 

Quando manca osso non esiste una sola soluzione. La quantità di osso residuo, la zona in cui è presente e il tipo di riabilitazione da realizzare possono portare a scelte chirurgiche molto diverse. 

La rigenerazione ossea rimane una di queste. L’obiettivo è ricostruire il volume necessario nella zona in cui dovranno essere posizionati gli impianti. A seconda del caso possono essere sufficienti procedure circoscritte oppure possono essere necessarie ricostruzioni più estese. 

L’altro approccio parte da una domanda diversa: invece di ricostruire necessariamente l’osso che manca, possiamo utilizzare quello che il paziente possiede ancora? 

Quando l’osso residuo è poco, anche pochi millimetri possono cambiare la possibilità di inserire un impianto nella posizione programmata. Farlo a mano libera può essere più complesso, perché durante l’intervento il chirurgo deve trasferire nella bocca ciò che ha studiato sulle immagini diagnostiche. 

Qui entra in gioco la chirurgia implantare guidata. Partendo dalla TAC e dalla pianificazione digitale è possibile studiare in anticipo posizione, inclinazione e profondità dell’impianto in rapporto all’osso disponibile. Una guida realizzata sulla base di questo progetto aiuta poi il chirurgo a trasferire in bocca la posizione pianificata, con l’obiettivo di utilizzare nel modo più preciso possibile il volume osseo presente. 

Nei casi di atrofia più marcata esiste poi un’altra possibilità. Nel mascellare superiore possono rimanere zone anatomiche capaci, in pazienti selezionati, di fornire un ancoraggio anche quando nelle sedi convenzionali l’osso è insufficiente. È su questo principio che si basano gli impianti zigomatici, pterigoidei e altri approcci che sfruttano zone di ancoraggio alternative. 

Queste tecniche non fanno ricrescere l’osso e non sostituiscono sempre la rigenerazione. Cambia il modo in cui viene affrontato il problema: si studia l’osso che rimane e si valuta se sia possibile utilizzarlo in maniera diversa, scegliendo tecnica e posizione degli impianti in funzione dell’anatomia del singolo paziente.

Approfondisci leggendo: Posso mettere gli impianti dentali con poco osso?

Impianti zigomatici 

Gli impianti zigomatici sono stati sviluppati per affrontare alcuni casi in cui nel mascellare superiore è rimasto troppo poco osso per utilizzare gli impianti convenzionali. La differenza principale sta nella zona scelta per ottenere l’ancoraggio: invece di affidarsi soltanto all’osso del mascellare, questi impianti sfruttano l’osso dello zigomo. 

Per raggiungerlo vengono utilizzati impianti molto più lunghi rispetto a quelli convenzionali. Questo permette, in pazienti selezionati con una grave atrofia del mascellare, di realizzare una riabilitazione implantare senza dover necessariamente ricostruire prima tutto l’osso mancante. 

Il vantaggio, quindi, non consiste semplicemente nell’utilizzare un impianto più lungo. Cambia proprio la strategia chirurgica: invece di cercare di riportare il mascellare alle condizioni necessarie per gli impianti tradizionali, si utilizza una struttura anatomica differente per ottenere un ancoraggio stabile. 

Non è però una tecnica adatta a qualsiasi paziente con poco osso. Lo zigomo si trova in una regione anatomica che richiede conoscenze ed esperienza specifiche e l’intervento deve essere pianificato considerando anche le strutture vicine. Per questo gli impianti zigomatici rientrano nell’implantologia chirurgicamente più complessa e la loro indicazione deve essere valutata caso per caso. 

In determinate condizioni gli impianti zigomatici possono inoltre essere associati ad altri tipi di impianto. L’obiettivo non è utilizzare a tutti i costi una tecnica particolare, ma combinare i punti di ancoraggio disponibili per costruire una riabilitazione adeguata all’anatomia del paziente. 

Impianti pterigoidei 

Gli impianti pterigoidei rispondono a un problema diverso ma seguono lo stesso principio: sfruttare l’osso disponibile anche quando non si trova nella posizione in cui verrebbe inserito normalmente un impianto. 

Vengono utilizzati nella parte posteriore del mascellare superiore, una zona nella quale la perdita dei denti e il riassorbimento dell’osso possono lasciare poco spazio per gli impianti convenzionali. A complicare la situazione c’è anche la presenza del seno mascellare, la cavità vuota che sta nello zigomo e che scalda e ripulisce l’aria che respiriamo, che può ridurre ulteriormente l’altezza ossea disponibile. 

L’impianto pterigoideo viene inserito con un’inclinazione e un percorso che gli permettono di raggiungere strutture ossee più posteriori e compatte, dalle quali ottenere l’ancoraggio necessario. In questo modo, in casi selezionati, può essere possibile riabilitare anche i settori posteriori senza dover necessariamente ricorrere a procedure di aumento dell’osso in quella zona. 

Questo aspetto è importante perché avere un ancoraggio posteriore può contribuire alla progettazione di una riabilitazione fissa evitando di concentrare tutti gli impianti nella parte anteriore del mascellare. 

Anche in questo caso, però, non basta sapere che esiste osso più indietro. La regione pterigoidea ha un’anatomia complessa e il posizionamento richiede una corretta pianificazione tridimensionale e una specifica esperienza chirurgica. Gli impianti pterigoidei rappresentano quindi una possibilità in più nei casi di atrofia del mascellare, non una soluzione da applicare automaticamente ogni volta che manca osso posteriormente. 

Impianti nasali e paranasali 

Un altro esempio di come sia cambiato l’approccio ai pazienti con poco osso è rappresentato dagli impianti che sfruttano le zone nasali e paranasali. Anche in questo caso il principio è cercare un ancoraggio stabile in aree nelle quali è ancora presente osso, invece di concentrarsi esclusivamente sulla zona in cui questo è stato riassorbito. 

Nel mascellare superiore molto atrofico, infatti, la quantità di osso disponibile non è necessariamente uguale in tutti i punti. Alcune aree vicine alla cavità nasale possono conservare caratteristiche anatomiche che, in pazienti selezionati, possono essere sfruttate nella pianificazione implantare. 

Si tratta di impianti inseriti con lunghezze, inclinazioni e traiettorie studiate sulla specifica anatomia del paziente. L’obiettivo è ottenere un ancoraggio utilizzando l’osso disponibile nelle regioni nasali o paranasali e contribuire alla costruzione di una riabilitazione fissa anche in situazioni di importante riassorbimento del mascellare. 

Rispetto agli impianti zigomatici e pterigoidei, però, questi approcci hanno una letteratura scientifica più recente e meno ampia. È quindi importante non considerarli semplicemente come la nuova soluzione per chiunque abbia poco osso. 

Anche qui diventano centrali lo studio della TAC tridimensionale, la pianificazione dell’intervento e l’esperienza dell’implantologo. Quando si decide di sfruttare pochi millimetri di osso vicino a strutture anatomiche delicate, la precisione con cui viene studiata la traiettoria dell’impianto assume un ruolo ancora più importante. 

Evitare la rigenerazione ossea è sempre possibile? 

No. Avere oggi a disposizione impianti zigomatici, pterigoidei e altri ancoraggi alternativi non significa che la rigenerazione ossea non serva più. 

Il punto è che oggi l’implantologo può avere più possibilità tra cui scegliere. In un paziente può essere conveniente ricostruire l’osso nella zona in cui manca; in un altro può essere possibile utilizzare l’osso residuo con una pianificazione particolarmente precisa; in situazioni di atrofia più importante si possono valutare zone di ancoraggio differenti. In alcuni casi, inoltre, tecniche rigenerative e approcci implantari alternativi possono far parte dello stesso piano di trattamento. 

La scelta dipende soprattutto dall’anatomia. Dire semplicemente “c’è poco osso” non descrive abbastanza il problema: bisogna capire quanto osso rimane, dove si trova e quali strutture anatomiche sono vicine. A questo si aggiungono il tipo di protesi che dovrà essere realizzata e le condizioni del singolo paziente. 

Per questo l’obiettivo dell’implantologia avanzata non dovrebbe essere evitare a tutti i costi la rigenerazione. L’obiettivo è non ricostruire necessariamente l’osso quando esiste un’alternativa indicata e prevedibile per quel caso. 

È una differenza importante anche per il paziente. Due persone alle quali è stato detto di avere “poco osso” possono ricevere indicazioni completamente diverse dopo una valutazione specialistica, proprio perché la distribuzione dell’osso residuo può essere molto diversa. 

Perché questi interventi richiedono esperienza chirurgica 

Inserire un impianto in una zona in cui è presente una buona quantità di osso e posizionare un impianto zigomatico o pterigoideo non sono interventi con lo stesso livello di complessità. 

Quando si utilizzano ancoraggi alternativi, il chirurgo lavora vicino a strutture anatomiche che devono essere conosciute e rispettate con grande precisione. Cambiano le traiettorie degli impianti, cambiano le lunghezze e cambia anche la gestione dell’intervento. Una TAC 3D e un software di pianificazione sono strumenti molto utili, ma non sostituiscono l’esperienza di chi esegue la chirurgia. 

C’è poi un altro aspetto importante. Un implantologo che affronta questi casi deve essere in grado non soltanto di inserire correttamente l’impianto, ma anche di riconoscere e gestire le eventuali complicanze. Più ci si sposta verso una chirurgia complessa, più diventano importanti la formazione specifica, l’esperienza maturata su casi simili e l’organizzazione della struttura in cui viene eseguito l’intervento. 

Questo spiega perché una tecnica disponibile in implantologia non sia automaticamente una tecnica eseguita in qualsiasi studio dentistico. Avere a disposizione una tecnologia non equivale ad avere l’esperienza necessaria per utilizzarla nei casi più complessi. 

La differenza, quindi, non la fa soltanto l’impianto scelto o il software utilizzato. La fanno insieme diagnosi, pianificazione, competenza chirurgica e capacità di gestire l’intero intervento in sicurezza. 

TAC 3D e pianificazione digitale nei casi complessi 

Quando l’osso disponibile è abbondante, il chirurgo può avere un margine maggiore nella scelta della posizione dell’impianto. Quando invece l’osso è poco, anche pochi millimetri possono fare la differenza. 

La TAC 3D permette di studiare il mascellare nelle tre dimensioni e di capire non soltanto quanto osso è presente, ma soprattutto dove si trova e quali strutture anatomiche lo circondano. Sono informazioni fondamentali quando bisogna decidere se utilizzare un impianto convenzionale, ricorrere a una tecnica rigenerativa oppure valutare un ancoraggio differente. 

I dati della TAC possono poi essere utilizzati nei software di pianificazione implantare. Il chirurgo può così simulare prima dell’intervento la posizione, l’inclinazione e la profondità dell’impianto, verificando il rapporto con l’osso disponibile e con le strutture anatomiche vicine. 

Questo diventa particolarmente interessante nei casi in cui il volume osseo è ridotto. Invece di decidere la traiettoria dell’impianto soltanto durante l’intervento, è possibile studiarla in anticipo cercando la posizione più vantaggiosa all’interno dell’osso effettivamente disponibile. 

La pianificazione virtuale, però, è soltanto la prima parte del processo. Una volta stabilito al computer dove dovrebbe essere posizionato l’impianto, bisogna riuscire a trasferire quella posizione nella bocca del paziente con la maggiore precisione possibile. È proprio da questa esigenza che nasce la chirurgia implantare guidata. 

Chirurgia guidata e navigazione 

Pianificare al computer la posizione ideale dell’impianto è utile, ma rimane un problema: come si fa a riprodurre quella posizione durante l’intervento? 

Una possibilità è la chirurgia implantare guidata. Dopo aver pianificato gli impianti al computer viene realizzata una guida chirurgica personalizzata, che viene posizionata nella bocca del paziente durante l’intervento. La guida aiuta il chirurgo a seguire la posizione e l’inclinazione stabilite durante la pianificazione. 

Questo può diventare particolarmente utile quando l’osso residuo è poco e il margine a disposizione è ridotto. Se l’obiettivo è sfruttare una determinata porzione di osso, poter pianificare prima la traiettoria e trasferirla durante l’intervento permette di utilizzare con maggiore precisione il volume disponibile. 

Un’altra possibilità è la navigazione dinamica. In questo caso non viene utilizzata necessariamente una guida fisica che stabilisce in anticipo il percorso. Un sistema di navigazione permette al chirurgo di controllare durante l’intervento la posizione degli strumenti rispetto alla pianificazione tridimensionale, un po’ come avviene con un navigatore che mostra continuamente dove ci troviamo rispetto al percorso stabilito. 

Le due tecnologie seguono quindi lo stesso principio, ma lo applicano in maniera diversa: la chirurgia guidata trasferisce fisicamente una pianificazione preparata prima dell’intervento, mentre la navigazione permette di controllare il percorso in tempo reale. 

Nessuno dei due sistemi rende però automatico l’intervento. Esistono margini di errore e situazioni nelle quali il chirurgo deve modificare quanto pianificato. La tecnologia serve ad aumentare le informazioni e il controllo a disposizione, non a sostituire l’esperienza chirurgica. 

Denti fissi e carico immediato nei casi complessi 

Una delle evoluzioni più importanti dell’implantologia riguarda anche i tempi necessari per tornare ad avere denti fissi. Il carico immediato permette di collegare agli impianti una protesi fissa provvisoria senza attendere i tradizionali mesi di guarigione prima di avere denti fissi. 

Questo concetto assume ancora più valore nei pazienti con poco osso. L’obiettivo dell’implantologia moderna non è soltanto trovare un punto in cui inserire gli impianti, ma progettare l’intera riabilitazione cercando, quando le condizioni lo consentono, di ottenere fin dall’intervento una stabilità adeguata al carico immediato. 

È anche per questo che la scelta degli ancoraggi diventa così importante. Impianti convenzionali, inclinati, pterigoidei o zigomatici possono essere combinati, quando indicato, per distribuire gli impianti e ottenere il sostegno necessario alla futura protesi. La chirurgia viene quindi pensata insieme alla riabilitazione protesica, non come un passaggio separato. 

Alla Clinica Odontoiatrica Salzano-Tirone il carico immediato rappresenta l’approccio utilizzato nella grande maggioranza delle riabilitazioni implantari, comprese quelle più complesse quando sono presenti le condizioni necessarie. L’obiettivo è permettere al paziente di uscire dal percorso chirurgico con una soluzione fissa, evitando quando possibile una fase prolungata con la protesi mobile. 

Questo non significa promettere il carico immediato a chiunque prima di aver studiato il caso. Significa però progettare il trattamento fin dall’inizio con questo obiettivo, valutando anatomia, distribuzione degli impianti e stabilità ottenibile. Solo quando le condizioni non lo permettono si deve scegliere un percorso differente. 

Dove si eseguono gli interventi implantari più complessi 

Quando aumenta la complessità dell’intervento, cambia anche ciò che è ragionevole aspettarsi dalla struttura in cui viene eseguito. Un conto è inserire un impianto convenzionale in presenza di osso abbondante; un altro è affrontare gravi atrofie, ricostruzioni ossee estese o tecniche implantari che coinvolgono zone anatomiche più complesse. 

In questi casi non conta soltanto l’esperienza dell’implantologo. Diventano importanti anche l’organizzazione della sala chirurgica, le apparecchiature disponibili, i protocolli di sterilità, il monitoraggio del paziente e la possibilità di gestire interventi più lunghi e articolati. 

La Clinica Odontoiatrica Salzano-Tirone di Cuneo dispone di una sala chirurgica autorizzata dalla Regione Piemonte per la chirurgia ambulatoriale complessa. Questo permette di affrontare all’interno della struttura anche interventi che richiedono un livello organizzativo e chirurgico superiore rispetto all’implantologia ambulatoriale più semplice. 

È un aspetto particolarmente importante quando parliamo delle tecniche descritte in questo articolo. Una TAC avanzata, un software di pianificazione o un particolare tipo di impianto non trasformano da soli uno studio dentistico in una struttura per la chirurgia complessa. Servono competenze chirurgiche, ma anche un ambiente organizzato per poterle applicare. 

L’evoluzione dell’implantologia, quindi, non riguarda soltanto ciò che oggi siamo in grado di progettare. Riguarda anche la possibilità di portare procedure chirurgiche avanzate in un contesto ambulatoriale adeguatamente attrezzato e autorizzato, evitando in alcuni casi percorsi ospedalieri che in passato erano necessari per affrontare le situazioni più complesse.

Scopri di più leggendo: Impianti dentali per casi compelessi

La tecnologia può rendere semplice un caso implantare complesso? 

TAC tridimensionale, chirurgia guidata, pianificazione digitale e nuovi approcci implantari hanno ampliato enormemente le possibilità di trattamento. Ma avere strumenti più avanzati non significa trasformare automaticamente un caso complesso in un caso semplice. 

Un paziente con pochissimo osso rimane un paziente che richiede una diagnosi accurata. Bisogna capire quale osso è ancora disponibile, quali strutture anatomiche devono essere rispettate, dove possono essere posizionati gli impianti e come dovrà essere costruita la protesi. 

La differenza rispetto al passato è che oggi l’implantologo esperto può avere più strade a disposizione. Può valutare una rigenerazione, cercare di sfruttare con precisione il poco osso residuo attraverso la pianificazione digitale oppure, quando indicato, utilizzare ancoraggi zigomatici, pterigoidei, nasali o paranasali. E può progettare l’intervento con l’obiettivo del carico immediato quando esistono le condizioni per realizzarlo. 

La tecnologia diventa quindi realmente utile quando è inserita all’interno di un progetto chirurgico e protesico. Non è il software a decidere quale sia l’intervento migliore e non è la guida chirurgica a trasformare un dentista in un implantologo esperto. Sono strumenti che permettono a chi possiede le competenze necessarie di pianificare ed eseguire con maggiore controllo procedure anche molto complesse. 

Per un paziente al quale è stato detto che non ha abbastanza osso per gli impianti, questo significa soprattutto una cosa: prima di considerare la dentiera come unica possibilità, oggi può avere senso richiedere una valutazione a un implantologo abituato a gestire anche le gravi atrofie ossee. Non perché esista una soluzione adatta a tutti, ma perché le alternative disponibili sono molte più di quelle che esistevano in passato. 

Domande frequenti sulle tecnologie avanzate per gli impianti dentali 

Si possono mettere impianti dentali anche con poco osso? 

In molti casi sì. Avere poco osso non significa automaticamente dover rinunciare agli impianti. A seconda di quanto osso rimane e di dove si trova, si possono valutare tecniche rigenerative, chirurgia guidata per sfruttare con precisione l’osso disponibile oppure impianti che utilizzano zone di ancoraggio alternative. 

Se non c’è abbastanza osso bisogna sempre fare un innesto? 

No. La rigenerazione ossea continua a essere una soluzione importante, ma oggi non rappresenta necessariamente l’unica possibilità. Nei casi indicati possono essere valutati impianti zigomatici, pterigoidei o altri approcci che sfruttano l’osso presente in zone differenti. 

Cosa sono gli impianti zigomatici? 

Sono impianti più lunghi rispetto a quelli convenzionali che trovano ancoraggio nell’osso dello zigomo. Possono essere utilizzati in pazienti selezionati con una grave riduzione dell’osso del mascellare superiore. 

Cosa sono gli impianti pterigoidei? 

Sono impianti utilizzati nella parte posteriore del mascellare superiore. La loro traiettoria permette di raggiungere zone ossee posteriori utilizzabili come ancoraggio, offrendo in alcuni casi un’alternativa alle procedure di aumento dell’osso in questa regione. 

A cosa serve la chirurgia implantare guidata? 

Permette di pianificare al computer posizione, inclinazione e profondità degli impianti e di trasferire questa pianificazione durante l’intervento attraverso una guida. Può essere particolarmente utile quando l’osso disponibile è poco e diventa importante sfruttarne con precisione il volume residuo. 

Con poco osso è possibile avere denti fissi subito? 

Il poco osso non esclude automaticamente il carico immediato. La possibilità dipende dal progetto implantare e, soprattutto, dalla stabilità che è possibile ottenere con gli impianti. Alla Clinica Odontoiatrica Salzano-Tirone il trattamento viene progettato, nella grande maggioranza delle riabilitazioni implantari, con l’obiettivo di arrivare al carico immediato quando le condizioni cliniche lo permettono. 

Se mi hanno detto che non ho osso per gli impianti cosa posso fare? 

Una prima indicazione ricevuta in passato o in un contesto che non gestisce abitualmente l’implantologia complessa non significa necessariamente che non esistano altre possibilità. Può essere utile una valutazione con un implantologo esperto nella gestione delle atrofie ossee, che possa studiare la TAC e stabilire quali alternative siano realmente applicabili nel singolo caso. 

Telefono: 0171.619210 – Indirizzo: Via Cascina Colombaro 37, Cuneo – WhatsApp: 349 0582765

 

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